Sono sempre stata quella strana (di Marika Ferraro)
- Matteo Farina
- 1 ago
- Tempo di lettura: 4 min

Fin da bambina ho avuto difficoltà a integrarmi.
Non perché fossi particolarmente timida, come dicevano tutti, ma perché non sono mai riuscita a farmi piacere qualcosa solo perché piaceva agli altri.
Cartoni, vestiti, scarpe, cantanti, film.
Sembrava che esistesse un copione che tutti conoscevano e che io non avessi mai ricevuto.
Ripensandoci oggi, credo che semplicemente non me ne fregasse molto di seguire la corrente.
Anima punk già a sei anni, adulta nel corpo di una bambina, o forse soltanto una gran rompicoglioni.
Chiedetelo a chi mi ha conosciuta: ognuno vi darà una risposta diversa.
Probabilmente anche senza che gliela chiediate.
Alle elementari preferivo i videogiochi alle bambole, le macchinine ai giochi considerati da femmina. Il rosa mi provocava una sorta di orticaria emotiva.
A sette anni vidi il mio primo film horror.
In classe tutti parlavano di una bambina che usciva da un pozzo e uccideva chiunque guardasse una videocassetta maledetta.
Una sera trasmisero The Ring in televisione.
A casa mia erano vietati tutti i film con un’etichetta diversa dal bollino verde – mio Dio, quanto sono vecchia?
Esistono ancora i bollini colorati?
E mia madre, che degli horror ha sempre avuto paura, non avrebbe mai accettato di guardarlo con me.
Così feci quello che mi riusciva meglio: disobbedii.
Rimasi sveglia di nascosto e conobbi Samara Morgan.
Quella notte cambiò qualcosa: pensavo di aver finalmente trovato qualcosa che mi accomunasse agli altri bambini.
Loro parlavano di horror, io avevo visto un horror.
Mi sentivo parte del gruppo.
Poi scoprii che quasi nessuno aveva realmente visto quel film e che nessuno credeva che io lo avessi fatto.
Negli anni successivi diventai sempre più “quella strana”.
Mi vestivo di nero, ascoltavo metal, guardavo horror sempre più assurdi e passavo il tempo a leggere fumetti e guardare anime quando ancora bastava quello per essere considerati
sfigati.

Alle medie venivo presa di mira più spesso di quanto mi rendessi conto. Ho capito molti anni dopo che quello che stavo vivendo aveva un nome preciso: bullismo.
Alle superiori la situazione non migliorò. Anzi, aggiunsi un’altra colpa al mio curriculum: scrivevo fanfiction.
Che sfigata.
Intanto i miei interessi diventavano sempre più particolari.
Guardavo film horror provenienti da paesi di cui non sapevo nemmeno indicare la posizione sulla cartina geografica, spesso con sottotitoli improbabili.
Mi piacevano da morire.
"Il problema era che non avevo nessuno con cui parlarne."
A volte nemmeno la mia famiglia mi prendeva sul serio.
Pensavano che esagerassi o che mi inventassi certe cose per attirare l’attenzione.
Ancora oggi non ho capito l’attenzione di chi avrei dovuto attirare.
Poi arrivò l’università, ed è lì che la storia smette di essere quella di una ragazza strana e diventa quella di una ragazza infelice.
Scelsi un percorso che non sentivo mio e, poco alla volta, smisi di fare l’unica cosa che mi aveva sempre aiutata a stare bene: scrivere.
Per tre anni vissi cercando di soddisfare aspettative che non erano le mie.
Stavo male, sia fisicamente che psicologicamente, ma sembrava che l’unica cosa importante fosse andare avanti e laurearmi, non importava a quale prezzo.
In quel periodo gli horror non mi bastavano più.
Cercavo film sempre più disturbanti, più violenti.
Sono finita persino nei canali Telegram dedicati al gore.
Per molto tempo ho pensato fosse solo curiosità, oggi credo di aver capito che stavo cercando un modo per esorcizzare i miei traumi attraverso quelli degli altri.
"Era più semplice guardare il dolore sullo schermo che riconoscere il mio."
Più passava il tempo, più mi allontanavo da me stessa finché un giorno decisi di fermarmi: cambiai corso.
All’epoca mi sembrò un fallimento, avevo più di vent’anni e mi ritrovavo in aula con ragazzi nati nel 2003. Io, che sono del 1998.
E poi avevo scelto Lettere.
Che sfigata.
Il primo insegnamento che seguii dopo il trasferimento fu Storia del Cinema.
Me ne innamorai immediatamente.
Per la prima volta dopo anni mi trovavo circondata da persone con cui avevo davvero qualcosa in comune.
Certo, io continuavo ad avere gusti un po’ macabri, ma non mi sentivo più completamente fuori posto.
Soprattutto, ricominciai a scrivere. E a respirare.
Nel frattempo il rosa ha smesso di farmi così schifo
.
Sono uscita da tutti i canali Telegram dedicati al gore che frequentavo durante il mio periodo più buio.
Ho imparato che esiste una differenza tra coltivare una passione e usarla per fuggire da ciò che stiamo provando.
Ma, agli occhi di qualcuno, rimanevo sempre quella strana, quella che perdeva tempo con cose inutili.
A un certo punto ho smesso di preoccuparmene, non so se per egoismo o per sopravvivenza.
Per la prima volta ho deciso di mettere al centro ciò che rendeva felice me, non ciò che rendeva soddisfatti gli altri.
E da quel momento hanno iniziato ad arrivare le cose belle:
Ho partecipato a festival del cinema come autrice.
Ho ripreso a scrivere con costanza.
Pubblico articoli, collaboro con progetti che parlano delle mie passioni, ho ricevuto rifiuti ma anche opportunità che non avrei mai immaginato.
Soprattutto, ho incontrato persone che parlano la mia stessa lingua, fatta di interessi condivisi, curiosità e passioni che per anni avevo vissuto da sola.
Per molto tempo ho pensato che il problema fosse essere diversa, oggi credo che il problema fosse cercare di non esserlo.
Forse sono ancora quella strana, ma non sono più sola.
Con affetto
Marika

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